L'ultima notte a Bologna

La prima parola che apre i racconti è sempre la più difficile da scrivere, ma appunto dopo la prima virgola poi diventa quasi tutto liscio e soddisfacente come una camicia appena stirata.
Sul tavolino del bar dove ero seduto c'era un giornale, che aspettava il mio tempo e i miei occhi, senza la mia particolare attenzione, i minuti dovevano essere riempiti da un caffè e da qualcos'altro che non fosse il telefono. Gli appuntamenti in Questura per ritirare il passaporto erano veramente borderline e incostanti, quella giornata l'avevo presa libera , un giro per Bologna non mi avrebbe fatto male, in mezzo ad un giorno feriale con il caos in strada ma la pace nei vicoli e nei portici secondari. Si questo probabilmente era il mio pensiero più definito insieme alla leggera attenzione a non bruciarmi la lingua con il caffè.
Leggevo, leggevo e rileggevo, l'altra sedia del tavolino fece accomodare qualcuno che disse " non sei ringiovanito per niente…" la risposta fu pronta e automatica " e tu macchiato soia e cornetto al pistacchio", lo sguardo era sul giornale ancora ma il sorriso veniva fuori dalle pagine dello sport.
Alzato lo sguardo c'era lei. Se fossi Zerocalcare ora avrei l'armadillo che da coscienza direbbe "aò cinque parole e un quarto, che descrittore", io adoro però quell'effetto Chiedimi se sono felice, un po' quando tra una scena e l'altra Aldo fa da voce fuori campo e Bersani ci butta dentro quei pezzi giusti e adatti. Quel sorriso malcelato racchiudeva la sorpresa di vedere qualcuno che aveva reso Bologna e "una vita fa" buona e bella come una bottiglia di vino, in quegli abiti non ci eravamo quasi mai visti, beh si dalla sua battuta, lei con il giornale mi aveva visto il giusto numero di domeniche mattina, dopo che di vino ne era stato versato tanto la notte prima, io non l'avevo vista seria in tailleur, ma spesso e volentieri come la magia delle notti di Bologna.
Sentivo male alla bocca, dovevo ritrarre quel sorriso e tornare alla mia espressione che ormai non sapevo più quale fosse. " Sei il solito, puoi sorridere di nuovo come sto facendo io", continuai come la prima risposta " no, tu stai ridendo è diverso" risi anche io, solamente non volevo avere la stessa espressione di quando avevo dieci anni di meno almeno.
Entrambi pensavamo che quella mattina saremmo stati l'ultima persona al mondo che avremmo incontrato. Sapevamo entrambi molte cose, avevamo osservato le nostre vite grazie ai telefoni, che sono croce e delizia se vuoi evitare o intavolare una conversazione con chi bastano poche parole, eravamo stati veramente buoni intenditori.
Per capire questo, ci vuole un prequel che lasciato alle mie mani potrebbe diventare un qualcosa lungo come la distanza tra New York e Mosca a piedi, ma lo ridurrò ad un buon viaggio in aereo lungo da Bologna a dove nascono i taralli, l'olio, la pizzica e via discorrendo.
Ci fu un periodo dove sotto le Due Torri c'era una magia nei tempi moderni pari a quella che cantava in un'altra epoca Lucio Dalla, ed un pomeriggio alle idi del mese delle zucche per una serie di svariati motivi si celò nella mia vita Selvaggia, nome scelto dai suoi genitori per spirito, diventato poi il suo mantra. Si questo prequel doveva durare un tantino di più ma ne metterò più di uno misurato su varie distanze.
Eravamo stati buoni intenditori e questo lascia presagire qualcosa che effettivamente non andrebbe ampliato, ma la nostra complicità nacque dalla prima battuta, cosi ci conoscemmo spritz in mano e una mia battuta, senza veli o fini romantici, ma nella maniera meno costruita e più casuale della storia moderna. La ammiravo nel suo completo burgundi e nella sua ascesa professionale ed ero felice per lei. Mi studiava e cercava qualcosa che farmi cadere in scacco, ma rimaneva per entrambi la domanda " come mai sei qui stamattina"? Io ero li per ritirare il passaporto rinnovato una trasferta di lavoro fuori Italia era imminente, lei era attesa in Prefettura per un seminario. Il suo completo, la luce che il sole le dedicava mi ricordava una serie di cose, io abbigliato come chi era in ferie quel giorno, le provocavo un sorriso.
Si, era una buona occasione incontrarsi per caso e parlare ormai erano rimasti pochi messaggi all'anno senza un reale come stai, una situazione lunga e monca come uno pièce teatrale senza applauso alla fine, un sipario calato dovuto alla rottura delle corde che lo tengono su. Cose da ricordare, da dire e da sparlare ne avremmo avute a bizzeffe, quando al pc non sapevo trovare la canzone giusta per lavorare, ricadevo distrattamente nelle nostre poche e preziose foto, tutte volute da lei. Speravo e spero sempre di avere una canzone per non divagare troppo.
I minuti erano finiti, un austero ufficio mi aspettava per il mio passaporto , un bacio sulla fronte gesto che dedicavo solo a lei era il mio saluto, lei aveva lo sguardo di chi voleva che il caffè fosse infinito.
Il suo seminario non la distraeva dal pensiero del nostro incontro e da una serie di flash back su quando la città tra luci, ombre e portici era la nostra pista di atterraggio , dopo fiumi di vino e risate, come se il giorno dopo e il lavoro non esistessero. La sciagura peggiore fu che lavorammo insieme. Si grande sfortuna per il lungo periodo, ma non pensavamo che a vista, ponderavamo solo ed esclusivamente l'idea diabolica e la mettevamo in atto.
Rideva da sola, telefono in mano per l'imminente voglia di mandare un messaggio.
Percorrevo le mie strade secondarie immaginandomi di essere Dalla o me stesso agli inizi quando ero ancora più nessuno di adesso. Da una bottega sotto i portici che conducono al parco cittadino, sentivo il profumo di Selvaggia, sorridevo ed ero nessuno libero di pensare al passato, quella fragranza aveva accompagnato molti giorni a lavoro e le notti nei locali e nelle strade dove di odoracci ne sentivamo fin troppi, il divagare dei miei pensieri era simile a quello delle mie parole quando voglio essere leggero, ma diventava telepatia con il seminario in Prefettura.
Il mio telefono squilla rispondo scocciato, stavo sognando leggiadro e non volevo rotture di palle per nessun motivo, domanda diretta " quando parti?", segue un " lunedì mattina", segue un suo "ho avuto un'idea", era il segnale anzi quasi un richiamo ai vecchi tempi.
Piccola precisazione, disordinata come i letti che rifacevamo nell'hotel dove lavoravamo la nostra relazione era stata una marea in una città senza spiagge, ventosa , piena di sole, una montagna russa tutta a mille i nostri botta e risposta erano belli come Mastroianni e la Loren insieme, questa assonanza equilibrava quella giostra dal mal di mare. Insieme ci sentivamo due divi del cinema. Le scorribande facevano volare molti bicchieri quasi in senso figurato, ma non vi era notte che non facevamo qualcosa che non fosse bella come Bologna o per lo meno per la nostra idea di bellezza.
L'appuntamento era il solito, non per il luogo ma per la situazione classica, io paziente e lei in ritardo indecisa sul cosa mettere, come se non avesse a disposizione un'intera industria tessile. Il suo "arrivo" era una bugia che accettavo, mi lasciava sempre a bocca aperta, anche se mi bastava quel suo maledetto profumo, che non stava bene a nessun altra .
Gli anni erano passati ma le reazioni umane no, guardavo ormai distrattamente le vetrine senza la sicurezza di un possibile arrivo preciso, mi sento prendere per mano, come le mattine che ci svegliavamo confusi, il suo profumo era arrivato, Selvaggia era li.
Voleva avere in pugno la situazione e l'uomo, indossava gli stessi vestiti della prima volta in assoluto, era stata pregata tante volte nel farlo e la sua unica risposta era negativa.
Bologna nel tardo pomeriggio quando manca un soffio alla sera, si colora di arancione solamente colori senza alterazione dei lampioni in tanti imboccano la strada per la stazione e tanti altri come me e Selvaggia persi alla ricerca di un aperitivo senza bar preciso .
Lei titubava sul chiedermi una serata come una volta, io dal suo tocco di mano avevo smesso di pensare e progettare, forse solo un pochino pensavo ad arrivare vivo lunedì in aeroporto. Eravamo cresciuti ormai e forse qualcosa avremmo potuto dircela, eravamo stati però intenditori e quel melenso da addio dovevamo farlo svanire.
A tavola cenando dopo due spritz eravamo forse anche noi color Campari, ci stavamo guardando negli occhi e lei d'un tratto iniziò con una carrellata di amarcord, qualcosa mi faceva ridere, altro mi faceva rabbuiare e altro ancora toccava le corde giuste.
" Te la ricordi la mia battuta?" chiesi; incalzò " il nostro spettacolo, lo ricordo parola per parola , attimo per attimo, respiro per respiro, sei tu a credermi una stronza".
La battaglia con il mio orgoglio l'avevo vinta grazie a quel sipario che era calato per sbaglio, per contro risposta questa volta l'idea l'avevo avuta io. Uscimmo dal locale, la sua mano nella mia mi permetteva di essere brillo ma sicuro, lei aveva gli occhi umidi, adesso sarebbe diventato impegnativo per entrambi doveva riprendere un vecchio spettacolo.
Mi calai nella parte della guida turistica di Bologna come la prima sera in assoluto, alcune cose non le ricordavo più, come tutti ero certo che le informazioni avrei potuto reperirle su internet in un baleno.
Piazza Maggiore si prestava come palco e spaziavamo vicino al Nettuno che non era più da ammirare dalla mattonella della zitella , ma su palazzo D'Accursio con la sua ombra che diventava la nuova attrazione.
Un artista di strada aveva l'attenzione di una cinquantina di persone, non potevamo avere veramente, Dalla, Bersani, Paradiso a cantare per noi ma una colonna sonora potevamo averla. Non ci servivano parole da ciarlare era quasi uno spettacolo muto, ma lo avevamo iniziato anni fa, questo benedetto ragazzo seguiva i testi su tablet e potevi fare delle richieste. Avevo già detto che eravamo stati una giostra, ma le canzoni ce le dedicavamo dolci e malinconiche come se dovesse essere sempre un presagio, al ragazzo ne chiesi tre che avevano segnato la nostra croce e delizia.
Ma effettivamente i cuori di entrambi avrebbero sofferto in questa lunga notte amarcord?
Alla prima canzone, ci stringemmo come una coppia senza paura con gli occhi fissi su questo ragazzo che cantava di noi o per noi, alla seconda canzone le raccolsi una lacrima e mi spostò il viso per non farsi vedere commossa, alla terza eravamo ormai occhi negli occhi sapevamo che il punto alto era arrivato, ci baciammo dopo anni, per non dare spettacolo alla piazza e per riavere dopo quel sapore in bocca, la ripresi per mano e continuammo senza meta. I locali erano cambiati o forse non ci attiravano gli stessi di un tempo , tra un cicchetto e l'altro senza sfoggiare un copione fatto di parole tra di noi ci ritrovammo in questa festa dai sapori dell'est fatti canti e balli e bicchierini adatti alla grappa, non avevamo più un domani a cui pensare.
La festa l'avevamo lasciata alle nostre spalle, avevamo abbattuto la soglia alcolica, ricreato quasi in toto il nostro primo appuntamento, questa era la mia idea al ristorante ormai la sera prima, si alcune cose ormai erano ieri, eravamo ad oggi senza quella pausa chiamata sonno.
Selvaggia era due passi avanti a me dove riuscivo finalmente ad ammirarla con la sua coda, il suo vestito, le sue calze che fremevo a toglierle di dosso, Bologna ormai era silenziosa solo leggermente controllata dalla nettezza urbana e le sue lucine arancioni su i camion.
Casa sua era vicina, ogni colonna era un bacio, uno strusciarsi sul muro, un conto alla rovescia iniziato per la via .
L'alba trascorse tra passione, baci, carezze, letto in disordine. Tarda mattinata al risveglio le feci trovare il suo macchiato soia e cornetto al pistacchio, le mani di entrambi avevano il volto dell'altro in mano, era il momento di dirsi delle parole, iniziai io " il sipario può finalmente calare", mi venne dietro ripetendo la mia stessa frase, ci meritavamo un applauso, avevamo ripreso tutto senza fare una piega, con delle piccole aggiunte che non avevano snaturato nulla. I suoi piedi gelidi cercavano il mio calore si strinse a me, chiedendomi scusa di un qualcosa che ormai avevo perdonato, ma di perdono ulteriore non ne aveva bisogno. Con gli occhi scorsi sulla parete una foto che le avevo scattato, fui felice.
Era tarda mattina di domenica, le diedi ancora un bacio, mi staccai dalle sue labbra prima che mi abituassi a quel sapore, la sua mano mi trattene un secondo, un altro bacio in fronte questa volta quello che davo solo a lei e andai via.
Selvaggia, sul tavolo trovò quel cornetto che trovava le domeniche di un tempo, ad ogni morso che dava le nasceva un ricordo.
WoM





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