La figlia del mare

Sette giorni, suonano quasi come un ultimatum, se letti solo come sette quindi inseriti in un microgruppo, ma se inseriti in un macrogruppo diventano milioni di secondi, migliaia di minuti, tante ore, tanto tempo.
La durata media delle vacanze degli adulti ormai è questa, una settimana che dura un battito di ciglia, senza più la magia dei tre mesi a casa al mare, dove il mondo apriva una vita parallela, uno spin off, con il novantanove percento degli interpreti diversi, guest star i cugini leggermente più grandi di te, straordinaria partecipazione di zia e nonna, con i genitori percepiti solo per telefono.
Quest'anno come gli adulti una settimana, alla quale non sapevo cosa chiedere tranne che mare, mare, mare, zero Wi-Fi cosa difficilissima quest'ultima. Ai nastri di partenza in quattro, all'arrivo due. Una settimana raccontata da me è un rischio, la giusta autocritica serve.
Le porte scorrevoli del treno si erano chiuse dietro di me, difronte me il mare, turisti ovunque, in un paesino piccolo sembravano tanti, in spiaggia anche , ma realmente erano pochi, mi nascondevo, stando sulle mie dietro i miei occhiali da sole, clima ideale, completamente diverso dal caldo asfissiante di Bologna.
Un caffè mi è sembrata l'idea migliore prima di prendere le chiavi dell'appartamento , seduto al tavolino dalle mie lenti scure c'era un via vai interessante di "spero di rivederti più tardi" che magari erano nella mia mente e non ricambiati, vabbè andiamo avanti, telefono all'orecchio decido di chiamare chi doveva essere li già da un po'… "io sono bloccato in aeroporto, tra sciopero e meteo ingestibile conto di arrivare domani sera tardi". Ora mi piace fare tante cose da solo ma viaggiare non l'ho mai visto adatto a me, anche per il gusto di condividere una sciocchezza. C'era poco da fare , accettare la situazione e tuffarsi un attimo su un cuscino. Mai fare questo errore, un attimo fatale che mi ha fatto risvegliare quasi per cena, quel caffè era solo acqua probabilmente, ma ad un certo punto chi se ne fregava ero in vacanza , ma stavo ancora puzzando di stress da città, dovevo bilanciare la mia razionalità alla modalità sconnessa.
Dopo cena in disimpegno totale, in disarmo, senza maschera mi affacciai su una balconata vino in calice di plastica (piccola eresia) , giù il piccolo molo fatto ancora di barchette a remi, due localini, qualche ristorante e un gesto vecchio come il mondo sigaretta sfilata con le labbra, accesa difronte a mare e stelle , al giorno d'oggi questa scena meritava una foto , dei social e tutti gli annessi e connessi , invece accadde una cosa diversa, una voce femminile con spiccato accento del sud ( della mia regione preferita…) inizia a inveire contro i turisti cafoni che ciccano la cenere senza guardare. Ero nel mio mondo fatato quello che profumava di vacanza senza sapore di città, mi riprendo e mi rendo conto che il villano ero proprio io, la balconata di prima era da cartolina, ma giù aveva il balcone di una casa, con tavolinetto sedie e questa gentildonna che leggeva un libro e sorseggiava il suo gin tonic; opzione uno mi fingo un turista svedese ma il paese è veramente minuscolo aprendo una trama da film anni '90 dove poi si scopre che sono un impiegato di città, opzione due ristabilire l'ordine con un "mi scusi madame" facendole notare che il suo spiccato accento non la fa sembrare una principessina sempre da trama anni novanta , opzione tre la più sconsigliata se non sei un universitario, fingere sicurezza estrema e proporsi di andare a casa sua e prepararle un nuovo cocktail, ora un risotto glielo avrei fatto volentieri, ma le dosi degli alcoolici non sono mai state cosa mia.
Andava placata come un attaccante sicuro di essere stato buttato giù in aria di rigore, io ero sia difensore che arbitro, scelta numero tre, sparo la cazzata, arrivo ancora con la sigaretta in bocca che getto subito fuori, con il suo sguardo ancora più inorridito.
Quel terrazzino seguiva veramente una trama da film/social: tavolino, sedie, album da disegno, matite, zampironi alla calendula e bicchiere cilindrico con ormai solo ghiaccio e cenere, la mia.
Non mi ero focalizzato su di lei, mi sembrava solo di vedere un accento marcato vivente , senza vederla veramente, la penombra non aiutava, ma alla fine mi rilassava.
Scimmiottandola un tantino le rispondo con la sua cadenza , quasi da farle credere di essere un suo corregionale , continuo con uno spiccato e fastidioso italiano, apolide di regione quasi, mi rendo conto che la ceneriera era li accanto a quel caos di matite e fogli, le offro una sigaretta e stemperiamo un attimo, niente cocktail ma quella scusa mi ha fatto scoprire che era un'illustratrice, abbiamo fatto cento discorsi senza farne uno, accenni a cose , città , viaggi , quasi a non scambiarci i nomi, almeno quelli, lo leggo sulla targhetta della porta, taccio e vado via.
A casa sul divano, ovviamente come tutti i nuovi romantici iniziai a cercarla su i social, nulla, ricerche incrociate, parole chiave su internet nulla. Io e la tecnologia battuti, da un accento marcato.
Giorno due, nuovamente da solo, colazione, mare, mare, zero Wi-Fi e quel pensiero intermittente tipo il sonno quando hai tanta sete di non essere riuscito a scoprire nulla, quasi mi faceva schifo quella sensazione, dov'era la fame e la voglia di scoprire le persone? Ero poi nella regione dello scopritore dell'America. La sera arrivò e mi balenò l'idea di fare l'esperienza fotocopia del giorno prima, era voluta la cosa quindi dovetti aspettare abbastanza prima che quel terrazzino si animasse, ero da solo ma ci stavo trovando gusto. Esagero aspetto che il gin tonic sia a metà per gettarle direttamente la sigaretta tipo a far canestro. Neanche il tempo di fare quei dieci scalini e il suo accento spiccato risuonava nell'aria e io questa volta con fare meno esitante ero li a suonare il suo campanello. La sua espressione cambiò in stupore ma lo stesso le imprecazioni continuavano pur sapendo che si trattasse di me, le mie sigarette erano abbastanza inequivocabili.
Quel maledetto accento a volte sgraziato ma così bello, la seconda sera aveva una donna, delle labbra, degli occhi bruni , dei piedi nudi che calpestavano quel mattonellato a scacchi, dei tatuaggi ben distribuiti, la chiamai per nome. Difronte a lei una barba, tanta sicurezza e il rosso di una sigaretta nel momento dell'aspirazione, il mio nome non le era chiarissimo quasi titubante nel chiedermelo. Rimasti in una situazione di finta confidenza, deponiamo le armi e iniziamo a scoprirci senza farci mancare alcuni colpi d'azzardo, lei per prima disse sicurissima che avevo speso del tempo a cercarla su i social e che ero rimasto male nel non trovare nulla su di lei, sorrisi ciccandole nel terrazzino, un gesto leggermente vile, ma da vacanziere non razionale di città, lei continuava con un discorso elaborato per una persona che effettivamente doveva essere in vacanza come me. Ma lo era lei? Boh, per ora.
Aveva ragione, disquisiva sola sul fatto che cercavamo prima le informazioni e poi il coraggio di parlare con le persone, le sorridevo e quasi mi sentivo piccolo, aveva ragione.
Possedeva tutta la forza del suo accento, ma le dissi che effettivamente però avevo avuto coraggio, d'un tratto era diventata quasi una disputa personale, ero arrivato alla sua porta la seconda sera dopo un dispetto che serviva da espediente.
Faccio l'impiegato in una città senza il mare, che è un grande porto, faccio parte di tutto quello che è la quotidianità moderna, mi distinguo in qualcosa che non si può spiegare nel tempo di una canzone se non vuoi usare sempre l'idea della sigaretta, sono uno degli altri per degli occhi chiusi, ma per una mente aperta sono ed esclusivamente me. Le vomitai queste frasi pur di spegnerla un attimo e per non essere un imputato in un processo da film americano. Si è vero, continuai, sono andato su i social per cercarti c'è tutto e niente di male e se non mi fossi ripresentato, saresti rimasta qua a disegnare e abolire l'italiano.
Forse avevo leggermente esagerato e nel frattempo si era anche fatto il giorno tre.
Stavo pensando di nuovo che erano solamente sette giorni di vacanza, quindi una miseria, ma i minuti che stavamo trascorrendo erano tanti ed uscivano fuori dei bei caratterini che stavano cercando altri pretesti per altro tempo insieme.
Giorno tre ufficiale o bis, il mio amico dichiara forfait per forte cervicale, quasi un bene per me, mi stavo focalizzando troppo su questa conoscenza che era piombata nella mia razionale voglia di essere in vacanza, quasi un film che accade agli altri generalmente, o ai bravi sceneggiatori che tramutano tutto in serie tv. Era giunta quell'ora del pomeriggio dove in estate diventa tutto arancione, io ero sul mio scoglio a respirare e osservare quello che poi in città avrei solo ricordato immerso tra tegole e asfalto. La mia vista periferica intravede una borsa di tela lanciata accanto a me quasi ad occupare un posto prima che arrivi qualcun altro. Una voce inizia a parlare senza più accento, porgendomi il suo bicchiere, mi raccontò che era un'illustratrice per una testata importante nazionale, collaborazioni a destra e manca, senza ostentare, ma inizio prestare più attenzione alla sua storia reale, nata in una città dove quell'arancione l'aveva cresciuta, che i suoi studi erano continuati dove di arancione ne aveva visto e assaggiato tanti nei bicchieri durante gli aperitivi.
Una volta arrivata in Liguria, con l'idea di iniziare a brillare, fece un aperitivo tra i vicoli di Genova che la intrappolò in una storia per dieci anni. Non battevo ciglio, continuavo ad ascoltarla a prendere il sole e bere dal suo bicchiere, si tuffò in mare quasi a tramonto completato, mi fece cenno di seguirla, con gli occhi ancora grondanti di acqua continuò a parlare e dirmi che per i suoi novantanove rimpianti la centesima certezza era il mare che la calmava e le dava la possibilità di sguazzarci dentro senza sentire nessun richiamo dal passato e le mille occasioni perse in quei dieci anni.
Tacevo e non realizzavo che quel tanto, troppo stava accadendo a me, parlava e ogni tanto le sentivo spiccare nuovamente quella sua cadenza, quasi non ne potevo più, generalmente quello che parla tanto sono io, avevo necessità di una doccia e di bere tanta acqua. Per aumentare la mia sete sfilo con le labbra una sigaretta, l'accendo quasi arrivati davanti al suo cancellino di casa, due boccate e me la tira di bocca, continua a fumarla lei.
Basta, la bacio a labbra fumate, a labbra salate , a labbra asciutte. Vado via, sorrido come facevano i ragazzi tra anni e ottanta e novanta, quasi una vecchia emozione.
Sotto la doccia avevo necessità di silenzio per riascoltare le cose che aveva detto per quasi tre ore, non poteva raccontarle più nessuno, dovevo solo ricordarle , per poi inevitabilmente insaponarmi con bagno schiuma e quello strato di croce rossino che doveva salvare un'anima, però qualcosa stonava. Boh vabbè avevo fame, magari era quello.
Il telefono era lontano da me, non mi serviva più probabilmente per quel lasso di tempo ristretto, amico out per ko tecnico, lei era ridotta ai piccioni viaggiatori e dovevo comunque ancora mettere in ordine tutto quel puzzle di parole che aveva generato.
Sento bussare alla porta, apro ed era lei. Sorridevo, quasi a riprovare un'emozione, non si era fatta precedere da nessuna pubblicazione social, nessun messaggio, nulla solo le sue nocche su quella porta.
Mi disse che non me la sarei cavata con un bacio, chiuse la porta alle sue spalle, ritrovandomi ad ammirarla nella sua totalità, senza filtri. Anima pura.
Giorno quattro per fortuna piove, il risveglio è più lento del solito, soprattutto non in solitudine. Temporale estivo, rendeva tutto impraticabile, mi sentivo come Gino Paoli agli albori forse per via dei luoghi, per via di quella improbabile poesia che stavo vivendo. Lei dormiva, io dagli scuri guardavo l'acqua scendere, sentivo la stessa sensazione stonata della sera prima sotto la doccia, ora la capivo meglio. Tutto bello, ma nel letto non c'era nessuna anima da salvare, capivo da solo che era salva da sola, che i tasselli del puzzle delle sue parole prendeva una forma ben definita, eppure quella pelle che era stata unita alla mia quella notte, non era la mia tela ma la sua. Potevo paragonarla alla Vanoni nel frammento di quando stava con Paoli, ma il nostro frammento doveva essere più breve ancora.
Capivo i motivi delle sue scelte, vivere in un paesino che per nove mesi l'anno era sperduto, non pubblicare nulla di lei, per anni ridotta a sua stessa seconda scelta. Quell'anima, quel fascino , quella purezza da lasciare fiorire e splendere da sole. A volte non vorrei conoscere l'empatia, la mia consapevolezza dovevo cancellarla momentaneamente per lasciare spazio al suo risveglio. Come tutte le donne aveva il suo sesto senso, un caffè insieme ed uscì ad affrontare la pioggia , era più bella tutta bagnata e vista dai vetri, si voltò sapendo che ero dagli scuri.
Giorno cinque, tempo incerto, instabile come il suo umore ascoltò tutto il tempo la Vanoni e Paoli, cercando giustificazioni, parole e soluzioni nelle loro canzoni, faceva dei bozzetti e poi buttava tutto, stava sul suo terrazzino sperando di non incrociarmi, quasi temendo di essere tornata indietro oltre quei dieci anni , a quando era più spregiudicata e menefreghista nella sua città. Le ricordavo quel invito rifiutato per accettare quel maledetto aperitivo a Genova. Rifletteva e si tormentava, sola a casa nei momenti nei quali si dava ragione da sola sentiva che le sue parole avevano risvegliato una coscienza in quei giorni, che i momenti vanno vissuti senza fare gli stessi passi del passato. Nei momenti nei quali si dava torto aveva paura di non aver fatto trapelare nulla di lei e che questo giorno di silenzio apparente, potesse destabilizzare tante cose. I ricordi della notte precedente la facevano sorridere, tanta anima, ma avevamo parlato anche tanto il pomeriggio e nei momenti dove avevo spazio la facevo ridere.
Giorno sei, faccio l'errore di iniziare la giornata dimenticando che davanti a me vi erano svariati attimi e non un solo giorno, dove fare qualcosa di sorprendente. Caffè al bar, in mente la sua immagine ancora dietro gli scuri grondante sotto la pioggia, di due notte prima, di tutto il prima, i titoli di coda comunque erano li, l'ufficio era alla porta accanto. Rimaneva un mistero quel giorno apparentemente invissuto che c'era stato. L'ultimo bagno al tramonto, speravo tanto fosse con lei. Nulla.
Tornato a casa sulla mia porta un suo biglietto: "stasera da me, per l'amaro", di amaro iniziava ad essercene ma di quel tipo che ti stringe il cuore e ti manda ai sentimentalismi, strani per me.
Entro, aveva creato quasi l'atmosfera della prima sera, zampironi e questa volta tutti i suoi disegni esposti, a mostrarmi la se più nascosta, era una galleria d'arte, una galleria per la sua anima, li avrei visti e rivisti per ore intere come quando per la prima volta mi innamorai di Bologna e dei suoi angoli più belli. Il suo affaccio sul mare, l'idea dell'ultima sera e la festa in piazza giù, partì una canzone che non avrei mai immaginato potesse risuonare, si un film amici cari , ma alcune cose accadono anche agli impiegati con gli occhiali e la barba. Una vita a lodare gli occhi azzurri, ma ad un tratto in quel momento che non terminava mi resi conto che gli occhi bruni possono essere più profondi e tormentati e al tramonto si illuminano. Il nostro lento continuava a piedi nudi sulla terrazza, entrammo dentro per una nuova magia in mezzo ai suoi disegni, con il settimo giorno che entrava dalle tende. Albeggiava sul mare e semi svestiti ancora , ci siamo riguardati negli occhi lei con la pena di chi doveva lasciare qualcuno, ruppi quel ghiaccio rassicurandola che avevo capito, che non saremmo mai potuti essere Paoli e la Vanoni, Montalbano e Livia , ma un momento che avrebbe avuto il sapore di un racconto o di un suo disegno, da rileggere e rivedere.
Sbigottita per il non dover consolare l'ennesimo uomo che voleva salvarla, disse una frase che colmava un vuoto forse comune "dieci anni fa a Genova, avrei voluto fare aperitivo con te".
Giorno sette, sole alto porte scorrevoli del treno davanti le mie lenti scure, la Liguria si allontanava e l'odore dell'ufficio era sotto il mio naso. Nel prendere il biglietto dallo zaino con la mano tasto un cartoncino, era un suo disegno firmato "La figlia del mare". Il suo profumo, quei momenti, i suoi tatuaggi , le sue parole e i suoi occhi.
WoM





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